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La grande trasformazione digitale: come cambiano i media italiani nel report della Open Society Foundation

Come si presenta il panorama italiano dei media digitali? Quali sono le sfide nel breve e nel lungo periodo? Come cambia la professione giornalistica? Quali le proposte per una possibile riforma del servizio pubblico? A queste domande risponde il rapporto I media digitali in Italia promosso dalla Open Society Foundation e presentato a Milano lo scorso 15 dicembre.

La grande trasformazione digitale: come cambiano i media italiani nel report della Open Society Foundation

La sede del Circolo della Stampa a Milano

È un report vasto e minuzioso, quello della Open Society Foundation sul panorama dei media italiani. È scritto per lettori che vivono all'estero. Fa parte di un progetto più ampio di analisi dello scenario dell'informazione globale: a spiegarne i primi risultati è Mark Thompson, editor per il media program dell'organizzazione non profit.

Come emerge dallo studio su più nazioni, i siti d'informazione lottano per trovare la sostenibilità economica per il giornalismo investigativo. In particolare, in Italia è poco o per nulla efficace la consultazione pubblica sulle policy digitali. All'interno dei social network non avviene un'attività professionale di editing delle news: semplificando, significa che non c'è ad esempio una verifica delle informazioni, anche se i media tradizionali sono presenti nelle reti sociali online, attraverso le loro pagine. La grande trasformazione digitale apre la porta a “minacce”, come il giornalismo “copia e incolla” e l'assenza di contestualizzazione per le news. Alle minacce, però, si affiancano le opportunità, a partire da una distribuzione più rapida e una migliore ricercabilità delle fonti su internet. In particolare, rispetto alle “questioni sensibili” aumenta lo spazio per la discussione in tutte le nazioni, anche se non implica un corrispondente incremento della copertura giornalistica.

Perché interessa il modello dei media italiano nell'analisi globale? “Potrebbe espandersi ad altri paesi europei, come le nazioni di recente formazione democratica nell'Europa dell'Est”, osserva Francesca Fanucci, responsabile italiana della Open Society Foundation. In particolare, la televisione resta al centro dell'attenzione, ma meno di prima. Gianpietro Mazzoleni, docente di comunicazione politica all'università di Milano, ricorda un recente sondaggio di Ilvo Diamanti: per l'84% degli italiani la televisione è la principale fonte di informazione. Ma se nel 2006 era anche l'unica fonte d'informazione per il 46,6%, nel 2009 la quota si è ridotta al 26,4%.

Il report porta alla luce un cambiamento ancora in atto. Le interviste ai giornalisti evidenziano alcuni punti chiave, come l'importanza della velocità di pubblicazione rispetto allo spazio per un articolo, oppure la necessità (e la difficoltà) di lavorare su più canali digitali.

La conclusione: “Il passaggio a un nuovo mondo nella produzione di informazione è caratterizzato dall'esitazione e dalla riluttanza a lasciar andare il modo di pensare centrato sulla stampa e sui media analogici (per esempio, la televisione e la radio non digitali, ndr); in questo modo viene perpetuato il fallimento nella monetizzazione delle news online e quindi una compensazione del declino del fatturato nella stampa”.

22/12/2011 08:44

Costruire racconti nell'universo dei media sociali

I media sociali aprono una finestra sugli avvenimenti in diretta: le persone possono descriverli, partecipare a distanza, chiedere ulteriori notizie.

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Accordo raggiunto alla conferenza sul clima di Durban con quasi due giorni di ritardo. Il protocollo di Kyoto sarà prolungato con gli attuali meccanismi e limiti per le emissioni di gas serra. Entro il 2015 sarà varata una roadmap in vista di un trattato globale con impegni vincolanti per gli Stati. Durante il meeting sono avvenuti incontri nella forma di “indaba”: è il raduno degli anziani in lingua zulu.

Il racconto del meeting su internet si è frammentato in centinaia di messaggi sui social network. Ma a riunirli in una singola narrazione è stato, ad esempio, il Wwf. Il suo spazio su Storify riunisce le segnalazioni arrivate nelle reti sociali online durante le giornate del meeting sul clima. Hanno partecipato al tentativo di sintesi anche alcuni volontari, come Ron Mader.

Che i social network fossero un luogo di conversazione durante le conferenze era già chiaro con twitter nei primi anni dal suo debutto. Per i blogger diventò presto un “backchannel”: una sorta di canale secondario dove aggiungere commenti e link ai temi dei barcamp e dei meeting. Fino a essere adoperato come profilo ufficiale da organizzazioni non profit, aziende, istituzioni.

Negli ultimi mesi Storify si è rivelato uno strumento adatto a raccogliere le testimonianze di eventi per ricostruire un singolo racconto. Come nel caso di Occupy Wall Street: chi era in strada per le manifestazioni ha dimostrato la capacità di comunicare con un ampio ventaglio di media su internet, incluse le webtv per la diretta. Sree Srenivasan insegna alla scuola di giornalismo della Columbia University ed è tra i pionieri nell'uso dei social media per il giornalismo: un articolo di Mediabistro segnala i suoi suggerimenti su come narrare gli eventi con Storify.

È l'universo della “content curation”: per i reporter è, in fondo, la “cucina” redazionale degli articoli da pubblicare. Ma internet allarga gli orizzonti. A partire dalla collaborazione con i cittadini reporter (crowdsourcing). Come trovare, però, le informazioni? Ai tradizionali motori di ricerca si affianca la “social discovery”, una scoperta collaborativa di informazioni, per esempio con i link segnalati nelle reti sociali online, oppure mediante le scelte collettive e anonime delle persone che condividono un articolo e facilitano la sua diffusione su internet.

È una sorta di filiera. I media sociali aprono una finestra sugli avvenimenti in diretta: le persone possono descriverli, partecipare a distanza, chiedere ulteriori notizie. Gli strumenti per la “content
curation” facilitano la ricerca e la ricostruzioni di racconti, in genere lineari. La “social discovery” è un itinerario attraverso la galassia frammentata dei social media.

 

(di Luca Dello Iacovo)

L'immagine in copertina: "Oxfam hungry for climate action at Durban Climate Conference"  è realizzata da  Ainhoa Goma (Oxfam)

14/12/2011 10:35

Giornalismo e social network: le sfide dell'informazione in tempo reale

Facebook inizia la sua storia come raccolta di fotografie degli studenti universitari: nei primi mesi era una versione su internet dell'annuario, una sorta di album dove gli allievi degli atenei raccoglievano le loro immagini. Twitter in origine somigliava a una chat.

Sono due social network che nel tempo hanno allargato i loro confini oltre ogni aspettativa. Fino a diventare punti di raccolta per le testimonianze inviate dai cittadini, frammentate in piccoli gesti come scattare una fotografia con il cellulare e condividerla online, oppure pubblicare un'osservazione in diretta con “l'aggiornamento di status”.
Insieme, però, portano alla luce i tasselli di un mosaico immenso dove trovare percorsi narrativi.

È accaduto in Gran Bretagna durante le proteste a Londra. I giornalisti del Guardian, per esempio, hanno letto i messaggi inviati con social network e chat per capire cosa stava accadendo e raggiungere le zone degli scontri nelle aree metropolitane della capitale inglese. In Africa i rapidi cambiamenti in Egitto, Tunisia e Libia sono stati raccontati anche attraverso internet, in alcuni casi scavalcando le barriere della censura.

Emerge il dibattito sull'affidabilità e sulla qualità delle informazioni condivise dai cittadini online, soprattutto quando è difficile verificare le affermazioni e le segnalazioni. Dopo il terremoto di Haiti, per esempio, si è diffuso nelle reti sociali online un messaggio su voli gratuiti in aereo offerti agli infermieri e i medici che volevano raggiungere l'isola. Era falso. In poche ore ha iniziato a circolare in modo capillare, anche se è stato presto smascherato.

Come comportarsi quando bisogna prendere decisioni sul momento? Nel suo manuale l'agenzia giornalistica Bloomberg sottolinea: “Siate scettici su qualsiasi informazione inoltrata attraverso un social network”. Non è un pregiudizio. Continua il testo: “Dobbiamo applicare i medesimi standard di verifica che adotteremmo con qualsiasi altra fonte”. Oppure, ricorda l'agenzia di informazione economica Reuters che le informazioni arrivate da twitter sono indicazioni che vanno verificate e integrate.

Per chi è impegnato nel giornalismo online i tempi rapidi di twitter richiedono maggiore consapevolezza anche in gesti semplici, come inoltrare (“retweettare”, in sigla “RT”) un messaggio ai propri contatti. Osserva la Bbc: “L'atto di inviare un retweet (inoltrare un testo pubblicato da un altro utente di twitter, ndr) non significa un sostegno ('endorsement', in originale)”. E ancora: “Si dovrebbe valutare se aggiungere un commento al 'tweet' selezionato, rendendo chiaro perché viene inoltrato ad altri, dove si sta parlando con la propria voce e dove si sta citando quella di un altro”.

(di Luca Dello Iacovo)

05/09/2011 18:35

Bio informatica e social network: il caso del Children's Hospital di Boston

Dennis Wall è un ricercatore impegnato nella comprensione delle basi genetiche dell'autismo con l'aiuto di due strumenti: l'informatica e, di recente, anche i social network online.

Dennis Wall è un ricercatore impegnato nella comprensione delle basi genetiche dell'autismo con l'aiuto di due strumenti: l'informatica e, di recente, anche i social network online. Lavora al Children's Hospital di Boston e dirige la Computational biology initiative della Harvard Medical School. Negli Stati Uniti circa un bambino su centodieci ha un disturbo appartenente allo spettro autistico, ma non è ancora possibile una diagnosi precoce nei primi anni di vita. Wall con il suo gruppo ha costruito una banca dati informatica che riunisce i geni associati con l'autismo: sono circa settecento quelli scoperti finora. Qualsiasi ricercatore può accedere all'archivio attraverso internet e aggiornarsi: sono migliaia le visite mensili sul web.
Ma la piattaforma Autworks sviluppata da Wall fa un passo in avanti: facilita l'analisi delle relazioni tra le sequenze genetiche. È una sorta di tavolo dove è possibile valutare la struttura di network complessi. Può abilitare lo sviluppo di nuovi strumenti tecnologici (ad esempio, i dna chip) e semplifica la comparazione tra i dati.

La bioinformatica guarda anche alle prime integrazioni con i social network. Wall vuole semplificare i questionari utilizzati per valutare se il comportamento di un bambino rientra nei disordini dello spettro autistico. Al momento sono circa 150 le domande a cui bisogna rispondere. Il team del Children's Hospital progetta di ridurre l'elenco dei quesiti a sette. È ancora un'iniziativa sperimentale in corso di verifica. Per ampliare i partecipanti ai test sul “questionario breve” è stato utilizzato Facebook: un annuncio diffuso attraverso il social network ha raggiunto famiglie interessate a provarlo accanto a quello tradizionale. In tre settimane hanno preso parte all'iniziativa 2mila persone. In futuro saranno impiegati anche i video condivisi online: i filmati contribuiscono alla diagnosi a distanza, ad esempio nelle nazioni in via di sviluppo dove i medici sono pochi.

Di Luca Dello Iacovo (*)

*l'autore è research fellow per Fondazione Ahref e ha ottenuto una borsa di studio con la Fondazione Armenise-Harvard

22/07/2011 11:03

La morte di Osama Bin Laden e il valore dei social media

Anche nel caso della morte di Osama Bin Laden Twitter è arrivato alla notizia prima dei media tradizionali. Il problema non è: chi arriva per primo, ma grazie a quali meccanismi emerge l'informazione di qualità.

Ha fatto il giro del mondo il messaggio pubblicato sul social network twitter da uno sviluppatore software pachistano, Sohaib Athar: “Elicotteri in volo sopra Abbottabad all'una di notte (è un evento raro)”. In poche parole ha descritto senza saperlo l'operazione per la cattura di Osama Bin Laden, leader di Al Quaida. Era una testimonianza in diretta. Qualche ora dopo, a Washington, Keith Urbahn ha scritto: “Mi è stato detto da una persona credibile che hanno ucciso Osama Bin Laden. Hot damn”. Si tratta di una segnalazione inviata da una fonte credibile, pochi minuti prima del discorso di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti: Urbahn è il capo dello staff di Donald Rumsfeld, ex ministro della difesa dell'amministrazione Bush. Sono due episodi che mostrano come il perimetro delle fonti sia più ampio e accessibile: social network, blog e altre piattaforme abilitano la produzione di notizie, testimonianze, contributi per i cittadini.

Ha poco senso il dibattito su chi è arrivato per primo. “Twitter non sostituisce gli altri media, ma li amplifica”, ricorda in un articolo su Techcrunch Erick Shonfeld. Ma occorre indagare sui processi che portano all'emersione dell'informazione di qualità. Una visualizzazione di Socialflow mostra quale sia il viaggio di un messaggio tra persone e organizzazioni connesse attraverso il social network che ne amplificano la diffusione: la breve segnalazione di Keith Urbahn è arrivata ad altri nodi influenti collegati nella rete che, a loro volta, hanno diffuso la notizia. È una frontiera in continua evoluzione. Altri esperimenti come Storify aiutano a raccogliere le notizie frammentate nelle reti sociali online per ricostruire un racconto: si tratta di una piattaforma che impegna giornalisti e cittadini alla ricerca di senso nell'ondata di informazioni diffuse su internet.

(Luca Dello Iacovo)

10/05/2011 17:20

Twitter per la trasparenza

Di Luca Dello Iacovo

Jay Rosen è un docente di giornalismo alla Columbia University, un'istituzione per molti reporter tra le due sponde dell'atlantico. Poche sere fa ha letto un messaggio sul social network twitter e ha inoltrato (“retweetato”) il micropost alla sua cerchia di contatti. Ma era inesatto. E danneggiava la reputazione di un'altra persona. Se ne è accorto. E non ha nascosto l'errore. No. Come racconta nel suo blog "pressthink", ha contattato le persone che ha coinvolto a causa della sua disattenzione. Poi ha scritto un lungo post per spiegare passo dopo passo la catena di eventi. Con una lucidità notevole. E in pochi giorni sono arrivati 25mila lettori. Ha commentato su twitter: "La trasparenza paga". La diffusione di notizie false o inaccurate con i social network avviene in poco tempo. E può diventare una valanga. Come è accaduto durante il terremoto di Haiti: su twitter è stato diffuso un messaggio che prometteva voli gratis per il personale sanitario che voleva raggiungere l'isola. Tutto falso. Ma molti hanno inoltrato il testo. Due lezioni: il numero di citazioni di un messaggio è soltanto uno degli indicatori per capirne il valore. Chi scopre un errore fa bene a segnalarlo.

25/03/2011 20:05

Collaborazione nelle catastrofi: i social media in Giappone

Di Luca Dello Iacovo

In Giappone dopo il terremoto di magnitudo 8,9 i cittadini hanno avuto accesso a internet, anche attraverso il wifi: hanno cercato informazioni attraverso social network come twitter, Facebook, Mixi. Brevi messaggi con notizie sugli orari dei treni e sui blackout programmati, link per seguire in diretta le operazioni nelle centrali nucleari. Attraverso il web hanno partecipato alla costruzione di progetti collaborativi per aiutare chi era in difficoltà. Per esempio, una mappa dei rifugi dove andare nel caso di un'altra violenta scossa, organizzata con la collaborazione di Google. Da alcuni anni la Cnn sperimenta l'applicazione iReport: abilita chi ha uno spartphone a contribuire con video, immagini, notizie per raccontare la sua testimonianza diretta.

25/03/2011 19:45

L'onda lunga dei social media

di Luca Dello Iacovo

Dopo la scossa di terremoto alle 3:32 in Abruzzo arrivano in pochi minuti le segnalazioni su twitter, un social netwok dove le persone scrivono messaggi più brevi di un sms. Che nelle ore successive raccoglie notizie, paure, appelli riversati su internet. Sono le prime informazioni apparse online sul sisma che ha devastato L’Aquila. È un frammento di citizen journalism, il giornalismo dei cittadini che contribuiscono alla produzione e alla diffusione di news: per esempio, attraverso un commento, una fotografia, un video. Oppure, a partire dalla partecipazione a progetti più ampi come inchieste e reportage. Ma in Italia sono ancora i primi passi, è un territorio da esplorare che ha un orizzonte internazionale. Dove imparare giorno dopo giorno.

Wavu, per esempio, è uno strumento di fondazione Ahref per orientarsi nel dibattito quotidiano sull’evoluzione dei social media, come blog e social network. In un singolo spazio su internet riunisce analisi e opinioni sul citizen journalism attraverso gli articoli dell’area “Post” e “reporter”: gli articoli in italiano sono affiancati da post in inglese. Segnala le principali esperienze sui format narrativi emergenti nella sezione Crossmedia. E approfondisce le conseguenze dell’uso dei social media nei paesi in via di sviluppo: di recente, per esempio, in Nord Africa e in Medio Oriente le reti sociali online come Facebook hanno contribuito alla partecipazione democratica dei cittadini, con modalità collegate ai singoli contesti culturali. Wavu, dunque, diventa uno spazio di riflessione a più voci per un’analisi approfondita delle notizie pubblicate e condivise con i social media.

23/03/2011 15:15
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