Come evolve il concetto di qualità nell'informazione?

di Luca De Biase

Luca De BiaseUna buona domanda è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per trovare qualche buona risposta. Il problema è dunque quello di chiarire se questa domanda possa essere una buona domanda. Di certo, è una domanda urgente. La quantità dell'informazione disponibile sta crescendo vertiginosamente, con i media sociali, internet, la digitalizzazione e la crescita della velocità di accesso ai contenuti che si trovano in rete. Il fatto è che internet ha reso enormemente meno costoso pubblicare. La funzione di filtro qualitativo, nell'epoca analogica, era affidata a pochi grandi "custodi" del sapere: editori, università, autorità culturali. Oggi, in un contesto in cui tutto si pubblica senza troppe difficoltà, quella stessa funzione si svolge nel momento della fruizione dei contenuti. La ricchezza quantitativa di informazione diventa anche un problema in termini di giudizio critico, qualitativo. Ogni punto di vista è legittimo e ogni valutazione della qualità è possibile. Questo può arricchire e nello stesso tempo disorientare. Può aprire la cultura alla molteplicità delle libere espressioni e può rendere più difficile ritrovarsi su un terreno culturale comune, tollerante e rispettoso, col rischio che soltanto chi può parlare a voce più alta riesca a farsi udire nel rumore generalizzato.

Il rischio però è un modo preoccupato per definire il concetto di opportuntà. Il rischio è un elemento integrante dell'innovazione. E quando una società se lo prende, vuol dire che è arrivata al momento in cui vuole cambiare. Un fatto è certo: la società ha assunto entusiasticamente la rete, ne ha sperimentato il valore d'uso, ci ha trovato liberazione e ricchezza di idee. Quindi ha visto più opportunità che rischi. Anche per questo, soprattutto per questo, l'evoluzione della rete non può e non deve essere fermata, temuta, manipolata, diretta, negata. Va presa di petto, con coraggio, con piglio attivo e costruttivo.

Se c'è un fenomeno di fondo nella cultura della rete è proprio la sua capacità di instillare la visione del cambiamento e di incentivare l'azione di chi lo cavalca, partecipando all'evoluzione dell'insieme. La qualità dell'informazione in rete, dunque, non si impone: la si arricchisce con il pensiero e l'iniziativa. Solo vivendo criticamente la rete se ne scoprono i problemi, si immaginano possibili soluzioni, si sperimentano iniziative per realizzarle.

In questo contesto, non è dunque più la posizione di chi ha l'autorità culturale a poter definire la qualità dell'informazione. Quella funzione viene assunta da chi opera per generare informazione, da chi educa alla critica, da chi condivide la sua esperienza. Costruendo con spirito di servizio un ruolo che non è più giocato, in modo credibile, da chi punta solo sulla rendita di posizione. Ma andando a fondo in questa direzione si scopre che la storia recente, nell'informazione, si può riassumere con un'osservazione sintetica: il pubblico si è liberato dalla posizione passiva cui lo relegava il contesto mediatico precedente e ha messo le autorità dell'informazione sotto pressione; non per negarne il ruolo, ma per stimolare chi di dovere a dimostrane la legittimità della propria posizione con i fatti e il servizio. Ne può venire fuori un rinnovamento dell'ecosistema dell'informazione. Il cui motore e senso, ancor più che nella tecnologia, si trova nelle persone che colgono l'occasione offerta dalla tecnologia per chiedere e incentivare un cambiamento.

Tutto questo aggiunge uteriore urgenza alla domanda che ha ispirato questi primi contributi alla ricerca della Fondazione Ahref. Ma non dimostra che è una buona domanda. Probabilmente una valutazione emergerà dai frutti culturali, educativi e pratici che quel genere di ispirazione può favorire. Ma per ora non possiamo che augurare a tutti una buona conversazione, a partire dai contributi che alcuni maestri della cultura contemporanea hanno voluto regalare a questa nostra comunità nascente.

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