Imparare a vivere con i Media

Angelo Agostini osserva il problema della qualità dell'informazione da un'altra angolatura e si chiede “come cambia la qualità dei lettori?” Perché il tema di come le persone possono essere messe in condizione di sapere che sono costantemente immerse in un processo d’informazione continua è centrale. Questo compito in realtà dovrebbe essere svolto dalla scuola la quale " così come insegna a leggere e scrivere, così dovrebbe anche insegnare a vivere con i media". Ma visto che per ora non lo fa ben vengano iniziative come quelle di <ahref.

Angelo AgostiniDi Angelo Agostini

Ho la convinzione netta che la domanda con la quale <ahref ha aperto il suo dialogo in rete possa essere estesa. E’ una convinzione fondata sopra un’ampia esperienza empirica e basata pure su un presupposto teorico. Se la domanda è “come evolve la qualità dell’informazione”, la sua estensione può certamente essere: “come cambia la qualità dei lettori?”. Dove i lettori, possono essere utenti, telespettatori, ascoltatori, o anche partner di progetti d’informazione partecipati.

L’esperienza viene, oltre che dal mio passato (e talvolta presente) di giornalista, soprattutto dalla mia professione. Per mestiere studio il giornalismo da oltre trent’anni. Da venti lo insegno ai giovani aspiranti giornalisti. Da quindici agli studenti dei corsi di laurea in scienze della comunicazione. Va da sè che nel tempo sono stato chiamato a qualche centinaio di occasioni di formazione, discussione  e ricerca sul rapporto tra i più diversi ambiti sociali o professionali e il mondo dell’informazione. Non riesco a fare il calcolo di quante migliaia di persone m’abbiano dato l’occasione di cercare di comprendere in che modo l’informazione giornalistica incide, impatta, cambia, rappresenta, distorce, contribuisce a dare o negare visibilità al loro lavoro e alla loro vita quotidiana.

Il presupposto teorico consegue a una serie di considerazioni sul modo in cui è cambiato il rapporto giornalismo e la formazione dell’opinione pubblica, che posso sintetizzare in breve, tanto sono note almeno alla comunità più avvertita dei professionisti e degli esperti. C’è la storia iniziale degli studi sull’opinione pubblica, riportata da Walter Lippman, che racconta come la notizia dello scoppio della prima Guerra mondiale avesse raggiunto alcune settimane dopo l’inizio dei combattimenti la popolazione di inglesi, tedeschi, francesi e la popolazione locale che viveva in non ricordo quale isola sudamericana. Gente che aveva vissuto in pace fin a quel giorno, s’era ritrovata improvvisamente in guerra gli uni contro gli altri, per via delle rispettive nazionalità di emigranti europei. Poi c’è la storia, che è sotto gli occhi tutti, del modo in cui è iniziato prima l’intervento dei “volonterosi” poi della Nato in Libia in queste settimane.

Allora, nel 1914, in un mondo nel quale le notizie erano scarse e le opinioni pubbliche molto meno influenti, l’annuncio dell’inizio della guerra era un fatto. Come tutti i fatti non poteva che essere raccontato in sé e per sé (certo, a condizione di fare l’opera di astrazione intellettuale del depurare le notizie dei giornali dell’epoca dal tasso di retorica nazionalista, dal quale nessun foglio, ma proprio nessuno riusciva a esentarsi). Ma oggi, in Libia, qual è il fatto?

Qual è il fatto che ha dato origine all’intervento occidentale e poi alla sua estensione anche a Paesi non occidentali? Su che cosa giudica il cittadino o l’opinione pubblica? Sull’inizio della rivolta a Bengasi? Sulla repressione scatenata dallo stesso dittatore, bene accolto ovunque nel mondo sino a poche settimane prima? Sul presunto coinvolgimento francese nella preparazione della rivolta? Oppure sull’ansia di rinnovamento, libertà e progresso che dal Nord Africa sembra essersi esteso sino al Medio Oriente?

Credo sia evidente come la sostanza di queste domande non riguardi il giudizio storico. Se di questo si trattasse, anche sull’avvio della prima Guerra mondiale potremmo dibattere a lungo. Si tratta piuttosto del giudizio giornalistico che dà la sua impronta alla copertura di processi lunghi e complessi, in particolare nel momento in cui s’infiammano e sfociano nelle rivolte e nelle guerre. Processi, appunto. Non fatti. Perché i processi sono costituiti da decine, centinaia, talvolta migliaia di “fatti”.

Le guerre sono esempi troppo controversi? E allora prendiamo una qualunque tra  le “pesti” del nuovo millennio: l’influenza aviaria, la suina. Dove sono, quali sono i fatti? Sono i numeri degli ammalati o dei morti, che nessuna autorità sanitaria nazionale o internazionale riesce o vuole dare mai per tempo? Sono gli interventi di lobbing delle aziende farmaceutiche sui governi? E’ la competizione tra queste e gli istituti di ricerca nell’inondare i media con informazioni che nella tempesta nessuna redazione, nessun cronista è realmente in grado di controllare e verificare?

Come si verifica il livello di radioattività attorno a Fukushima? Chi è in grado di controllare se quanto dicono Tepco o il governo giapponese sul nocciolo dei reattori sia attendibile, oppure no?

Non la farò lunga né sulla globalizzazione, che impone all’attenzione mondiale una massa di notizie incomparabile a quella del passato, e neppure sulla velocità del flusso internazionale delle notizie, che è il catalizzatore dell’overload costitutivo dell’ecosistema informativo nel quale viviamo. Mi limito, piuttosto, a osservare che per ciascuno degli esempi portati (e sui mille altri che si potrebbero fare) possono esserci tutti gli accorgimenti tecnici e intellettuali per verificare se siano state messe in atto buone pratiche professionali giornalistiche, oppure se l’offerta informativa sociale (e quindi non professionale) abbia portato un miglioramento o un peggioramento dell’informazione disponibile. Certo è, tuttavia, che neppure questo può essere sufficiente.

C’è un dettaglio non trascurabile. E’ il fatto (questo sì è un fatto) che comunque ciascuno di questi accertamenti non può che essere successivo al momento in cui i cittadini del mondo bevono ai rubinetti delle loro fonti d’informazione. E c’è poi la sostanza della realtà. Se non mettiamo i lettori (e tutti gli altri) nella condizione di sapere sempre che sono immersi in un processo d’informazione continua, nessuno di loro sarà in grado di recepire criticamente proprio la processualità del flusso informativo. Nessuno di loro avrà gli strumenti per leggere l’ecosistema mediatico nel quale vive.

Come si possa riuscire nell’impresa è tema che affidiamo alle prossime settimane, mesi e anni di ahref.eu e di tutti gli altri nel mondo che ci stanno provando. Per ora mi limito a due osservazioni. Se il nostro sistema scolastico non fosse quello che conosciamo, il primo punto s’imporrebbe praticamente da solo: come s’insegna a leggere e scrivere, così a scuola si dovrebbe anche insegnare a vivere con i media. E visto che questa sarebbe impresa a dir poco epocale, per ora possiamo già essere lieti che esistano strumenti come queste pagine web per mettere almeno in discussione l’ambiente mediatico nel quale viviamo.

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