Un utile ritorno alla teoria

Per Mario Tedeschini Lalli l’aumento delle informazioni accresce anche la quantità di informazioni “di qualità" e non è assolutamente vero che i filtri non esistono più: sono (ancora) le testate giornalistiche online, sono gli aggregatori umani o automatici, sono gli “amici” delle reti sociali, i blogger più autorevoli, ecc. Il problema allora è quali criteri di selezione essi debbano addottare e la risposta sta nel recupero delle regole di base del buon giornalisto: lavorare sui dati, sul fatto e sulla sua verifica.

Mario Tedeschini LalliDi Mario Tedeschini Lalli

La discussione intorno alla “qualità” dell’informazione, al suo presunto scadimento in favore della “quantità”, al presunto venir meno – ah, Signora mia – di filtri autorevoli, rischia di avvitarsi intorno a petizioni di principio, piuttosto che cercare di fare i conti con la mutevole realtà degli uomini e delle loro relazioni. Specie in Italia. E’ dunque necessario analizzare questi pre-giudizi, queste precomprensioni che il dibattito adombra prima di provare a immaginare risposte.

Facciamo finta per un momento di essere tutti d’accordo su che cosa debba intendersi per informazione “di qualità” e cerchiamo di analizzare le formule che inconsapevolmente viziano la discussione, partendo dalle due che abbiamo citato in apertura.

Il primo e più dannoso preconcetto è che la “quantità” vada di per sé a scapito della “qualità” nel grande mare delle informazioni in cui “tutti possono dire tutto”. E’ un concetto fallace sotto almeno due punti di vista:

  1. perché l’aumento delle informazioni accresce, di tutta evidenza, anche la quantità di informazioni “di qualità”. Si potrebbe discutere se questo rapporto tra le une e le altre cresca, diminuisca o resti stabile, ma mi sembra di difficile misurazione (es.: come misureremmo per il “passato” la quantità o la qualità delle informazioni di “Radio Fante” nelle trincee della Prima guerra mondiale rispetto alla quantità o alla qualità delle informazioni degli Stati maggiori o della stampa?);

  2. perché l’aumento meramente quantitativo delle informazioni è un bene in sé. Basta portare il ragionamento al limite: tra due ipotetici “mali”, tra zero informazioni e “troppe” informazioni è evidente che è meglio averne “troppe”. Possiamo porci in modo astratto il problema della “giusta quantità” di informazioni, ma il solo enunciare il proposito fa venire i brividi dal punto di vista della società democratica. Tra l’altro, chi dovrebbe decidere: il Parlamento? L’Ordine dei giornalisti? Un periodico referendum? Suvvia…

Questo non vuol dire, naturalmente, che la quantità - alcuni dicono la sovrabbondanza - di informazioni non possa costituire un problema. Il che porta a ragionare intorno ai filtri cui ci si affida per riportare la quantità a dimensioni maneggevoli e ad evidenziare il secondo dei preconcetti che spesso informano il dibattito su questi argomenti: che “su Internet” – o per essere più corretti, nell’universo digitale questi filtri non esistano, che il cittadino/utente sia lasciato in balia di se stesso a cavarsela in un enorme e indistinto blob (“blob”, dico blob, anche se il correttore automatico e la cultura prevalente tendono a confondere con “blog”).

In realtà i filtri esistono. Sono (ancora) le testate giornalistiche online, sono gli aggregatori umani o automatici, sono gli “amici” delle reti sociali, sono il blog che visitiamo ogni giorno, sono – sempre di più – le istituzioni, i gruppi politici e culturali, le aziende stesse che propongono e orientano il consumo di informazioni. Il problema che ci si dovrebbe porre non è se ci siano filtri, ma quali criteri di selezione essi adottino.

Il paradosso è che questa visione di un universo digitale perfettamente e negativamente anarchico è alimentata da alcune semplicistiche autocomprensioni dell’universo digitale stesso. Dall’idea di un universo digitale – in particolare del web – dove tutti sono uguali a tutti, che è un modo come un altro di dire che ogni nodo è equipollente a un altro. Il che è manifestamente non vero: ci sono nodi più forti e più potenti, quelli che costruiscono o ereditano un numero di relazioni con altri nodi maggiore di altri. E’ in sostanza, il problema del potere e dei poteri che si ripropone anche nella versione digitale delle relazioni umane.

Questa visione (irenica o catastrofica) di una rete perfettamente anarchica sottende un altro pre-concetto: che tutti i cittadini siano effettivamente e paritariamente “nodi” della rete e che desiderino essere parimenti attivi nelle relazioni tra loro, anche nelle relazioni informative. L’idea cioè che la “razionalità” del civis digitalis implichi lo stesso grado di partecipazione alla vita della società. La realtà ci mostra il contrario: ciascuno di noi, anche i più pro-attivi nella ricerca delle informazioni, ci affidiamo in modo più o meno consapevole ad altri nodi per suggerimenti, idee, dati. C’è inoltre una gran massa di persone – la maggioranza - che continuerà a preferire una fruizione passiva delle informazioni. Dobbiamo considerare costoro cittadini (da un punto di vista informativo) a metà?

E’ qui che nasce il problema ancora irrisolto della costituzione e dell’affermazione nell’universo digitale di nodi cui molti di questi cittadini possano delegare, almeno in parte, in modo fiduciario la selezione e il racconto delle informazioni. Nodi che svolgeranno professionalmente questa funzione continueranno ad esistere in ogni caso, resta da capire in base a quali criteri agiranno. Io spero che ci siano anche dei nodi “giornalistici”. Anche perché il giornalismo professionale ha svolto e continua a svolgere non solo un ruolo di “filtro”, di selezione e organizzazione narrativa delle informazioni, ma anche un ruolo sociale di “facilitatore”, di “rappresentatore” di istanze e problemi dei cittadini di fronte ai poteri (politici, economici, culturali, religiosi, ecc.): in una rete sociale dove i diversi nodi hanno potenza diversa, anche questo è un ruolo essenziale.

Che qualcosa sia auspicabile o addirittura necessaria non implica tuttavia che debba per forza esistere. Condizione necessaria anche se non sufficiente per sperare che esista in futuro è che il mondo del giornalismo si interroghi spietatamente su quali sono veramente le funzioni che svolge che non potrebbero essere svolte con altrettanta o maggiore efficacia da altri “nodi informativi”, quali i criteri reali di selezione e offerta delle informazioni che ne distinguono il lavoro e i prodotti, quali gli strumenti specifici che si possono adoperare a questi fini. In sostanza occorre interrogarsi sulla “qualità” attuale (o relativa al recente passato) del proprio lavoro, come presupposto per salvarla dove c’è, per crearla dove non c’è e idealmente aumentarla nel lungo periodo.

Personalmente credo che occorra recuperare un concetto di qualità delle informazioni che sia più aderente all’idea teorica che viene sbandierata e più distante dalla realtà quotidiana dei prodotti redazionali. Cominciando, per esempio, a lavorare sul fatto e sulla sua verifica, sui dati. Gli amici americani e gli amici britannici che pur tra mille problemi da alcuni decenni hanno tentato questa strada nel mondo del giornalismo analogico, si trovano un passo avanti e possono giustamente discutere delle ambiguità e delle ideologie che spesso i dati nascondono. In Italia sarebbe utile almeno cominciare a creare una cultura della verifica (attenzione: non una cultura del sospetto), il che si sposerebbe perfettamente con alcune delle prassi e dei valori dell’universo digitale del quale parliamo: la condivisione, la partecipazione. Ma, certo, occorrerebbe rendersi definitivamente conto che “qualità” non fa più rima con chiusura, con esclusività, con unidirezionalità. Se mai l’ha fatta.

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