Le grandi domande

Gli spazi di interazione, feedback, discussione che si apriranno man mano saranno pensati per accogliere il massimo di consigli da parte di tutti coloro che vorranno partecipare attivamente alla comprensione di una questione enorme del nostro tempo: la qualità dell'informazione.


Nel frattempo se desideri partecipare alla discussione scrivi a info@ahref.eu inviandoci il tuo contributo.

Come evolve il concetto di qualità nell'informazione?

di Luca De Biase

Luca De BiaseUna buona domanda è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per trovare qualche buona risposta. Il problema è dunque quello di chiarire se questa domanda possa essere una buona domanda. Di certo, è una domanda urgente. La quantità dell'informazione disponibile sta crescendo vertiginosamente, con i media sociali, internet, la digitalizzazione e la crescita della velocità di accesso ai contenuti che si trovano in rete. Il fatto è che internet ha reso enormemente meno costoso pubblicare. La funzione di filtro qualitativo, nell'epoca analogica, era affidata a pochi grandi "custodi" del sapere: editori, università, autorità culturali. Oggi, in un contesto in cui tutto si pubblica senza troppe difficoltà, quella stessa funzione si svolge nel momento della fruizione dei contenuti. La ricchezza quantitativa di informazione diventa anche un problema in termini di giudizio critico, qualitativo. Ogni punto di vista è legittimo e ogni valutazione della qualità è possibile. Questo può arricchire e nello stesso tempo disorientare. Può aprire la cultura alla molteplicità delle libere espressioni e può rendere più difficile ritrovarsi su un terreno culturale comune, tollerante e rispettoso, col rischio che soltanto chi può parlare a voce più alta riesca a farsi udire nel rumore generalizzato.

Il rischio però è un modo preoccupato per definire il concetto di opportuntà. Il rischio è un elemento integrante dell'innovazione. E quando una società se lo prende, vuol dire che è arrivata al momento in cui vuole cambiare. Un fatto è certo: la società ha assunto entusiasticamente la rete, ne ha sperimentato il valore d'uso, ci ha trovato liberazione e ricchezza di idee. Quindi ha visto più opportunità che rischi. Anche per questo, soprattutto per questo, l'evoluzione della rete non può e non deve essere fermata, temuta, manipolata, diretta, negata. Va presa di petto, con coraggio, con piglio attivo e costruttivo.

Se c'è un fenomeno di fondo nella cultura della rete è proprio la sua capacità di instillare la visione del cambiamento e di incentivare l'azione di chi lo cavalca, partecipando all'evoluzione dell'insieme. La qualità dell'informazione in rete, dunque, non si impone: la si arricchisce con il pensiero e l'iniziativa. Solo vivendo criticamente la rete se ne scoprono i problemi, si immaginano possibili soluzioni, si sperimentano iniziative per realizzarle.

In questo contesto, non è dunque più la posizione di chi ha l'autorità culturale a poter definire la qualità dell'informazione. Quella funzione viene assunta da chi opera per generare informazione, da chi educa alla critica, da chi condivide la sua esperienza. Costruendo con spirito di servizio un ruolo che non è più giocato, in modo credibile, da chi punta solo sulla rendita di posizione. Ma andando a fondo in questa direzione si scopre che la storia recente, nell'informazione, si può riassumere con un'osservazione sintetica: il pubblico si è liberato dalla posizione passiva cui lo relegava il contesto mediatico precedente e ha messo le autorità dell'informazione sotto pressione; non per negarne il ruolo, ma per stimolare chi di dovere a dimostrane la legittimità della propria posizione con i fatti e il servizio. Ne può venire fuori un rinnovamento dell'ecosistema dell'informazione. Il cui motore e senso, ancor più che nella tecnologia, si trova nelle persone che colgono l'occasione offerta dalla tecnologia per chiedere e incentivare un cambiamento.

Tutto questo aggiunge uteriore urgenza alla domanda che ha ispirato questi primi contributi alla ricerca della Fondazione Ahref. Ma non dimostra che è una buona domanda. Probabilmente una valutazione emergerà dai frutti culturali, educativi e pratici che quel genere di ispirazione può favorire. Ma per ora non possiamo che augurare a tutti una buona conversazione, a partire dai contributi che alcuni maestri della cultura contemporanea hanno voluto regalare a questa nostra comunità nascente.

Conoscenze sufficienti

Biblioteche, riviste accademiche, giornali ed editori - dice David Weinberger - continuano a valutare e selezionare quelle informazioni che ritengono valide ma oggi non c'è più una distinzione netta tra la conoscenza più o meno buona e la conoscenza che è vera Conoscenza. Il compito di realizzare questa distinzione ad ognuno di noi.

David Weinbergerdi David Weinberger
Ecco un noto racconto sull’espansione di Internet. Siamo tutti abituati ad ottenere le stesse informazioni: arrivavano attraverso fonti ben accertate, come i quotidiani. Erano ben lungi dall'essere perfette, ma almeno erano sottoposte ad un controllo di qualità. Inoltre, il giornale riportava i problemi prima che il lettore avesse la possibilità di conoscerli da solo. La Rete d’altra parte, dice questo racconto, lascia che ognuno di noi cerchi da solo ciò che gli interessa di più. Ma è più probabile che ci si imbatta in informazioni errate.

Almeno gli scaffali delle biblioteche venivano stoccati in base a decisioni prese da esperti, mentre la Rete è una terra di nessuno colma di dichiarazioni non qualificate.

C'è del vero in questo racconto, anche se è lungi dall'essere completo. Per prima cosa, dipinge un quadro troppo roseo della vita prima di Internet.

Nei giorni ante-Internet, la maggior parte di noi leggeva giornali sensazionalisti, faziosi. Quando segnalavano notizie su terre lontane di cui non ci importava (il che era raro), le ignoravamo. Altresì le biblioteche prendono decisioni ponderate su ciò che debba essere incluso, ma tali decisioni sono limitate dallo spazio disponibile. Quindi vecchi libri – seppur degni – vengono rimossi e sostituiti da nuovi altrettanto degni. La valutazione dei libri era anche inevitabilmente, espressione di criteri prestabiliti e di pregiudizi.

Peggio ancora, questa narrazione istituisce un quadro in cui è assente il modo in cui abitualmente si opera come ricercatori di conoscenze. Si pensa che la conoscenza sia una classe di affermazioni vere che sono state setacciate attraverso attenti controlli. In realtà, siamo sempre stati pragmatici riguardo a questi argommenti. Crediamo a ciò che è sufficientemente vero, e questo naturalmente dipende da quello che stiamo cercando di fare. Utilizziamo una serie di processi e di termini di riferimento quando stiamo cercando di decidere che tipo di pneumatici per l'automobile dobbiamo acquistare, altri quando dobbiamo decidere come trattare uno sforzo muscolare persistente, e altri ancora per votare in un’elezione.

Le autorità tradizionali che accreditano una fonte sono ancora con noi: in generale biblioteche, riviste accademiche, giornali ed editori valutano e selezionano quello che ritengono sia degno. È solo che non crediamo più che ci sia una demarcazione netta fra il Sapere (con la "S" maiuscola) e tutto ciò di cui dobbiamo essere a conoscenza nella vita quotidiana.

I vecchi enti autorevoli forniscono un tipo di conoscenze che si ritengono “adeguate”, ma non tanto quanto queste autorità vogliano farci credere.

Il vecchio sapere è ancora importante, ma importa moltissimo che la ricerca scientifica, garantita dalle riviste tradizionali, abbia dimostrato che il vaccino dei neonati non aumenti il rischio di autismo.

Lo standard di conoscenze sufficienti dovrebbe essere il medesimo di quando si tratta di prendere decisioni in merito ai vaccini del vostro bambino. Ciò che sta cambiando è la nozione che ci sia una distinzione netta tra la conoscenza che è solo abbastanza buona, e la conoscenza che è vera Conoscenza. Tale cambiamento non ci tocca, come praticanti, tanto quanto colpisce le istituzioni che hanno mantenuto le loro posizioni nella nostra cultura con la presentazione di sé stesse come arbitri di una verità al di là di ciò che sia sufficiente.

La narrazione contiene un avvertimento e una sfida di cui dobbiamo tener conto. Sembra che siamo portati a credere che se qualcosa è detto nella sfera pubblica, essa debba avere una parte di verità. Questo era vero più indietro nei vecchi tempi, quando i canali di trasmissione erano così ristretti, ed i professionisti erano censori. È certo che sbagliavano molto, ma passare attraverso un processo di verifica da parte di professionisti forniva almeno una certa sicurezza che ciò che si leggesse fosse vero. Questo è molto meno vero quando chiunque può pubblicare qualsiasi idea in qualsiasi momento.

Considerato quanto oggigiorno si creda sovente ad assurdità, può darsi che stiamo applicando le ipotesi vecchie a quello che è “postato” in rete, credendo a cose semplicemente perché sono state pronunciate. Questo può essere un residuo del vecchio racconto, o può essere una debolezza innata della mente. In entrambi i casi, spetta a noi educare noi stessi ed i nostri giovani in modo da diventare di gran lunga più capaci nel giudicare ciò che costituisce il livello di conoscenza sufficiente quando si tratta di determinare ciò in cui crediamo.

Scrivendo sul mondo del lavoro

C'è una parte enorme del mondo del lavoro ci dice John Lloyd che il giornalismo non ha descritto adeguatamente. I lavoratori non hanno mai potuto raccontarsi direttamente (lo hanno fatto per loro i sindacati, i giornalisti, gli studiosi). Ma oggi mancano completamente delle figure di giornalista in grado di raccontare i grandi drammi dell'occupazione che stanno interessando le classi lavoratrici di tutto il mondo.

John Lloyddi John Lloyd

Di recente ho partecipato a una celebrazione funebre che ho contribuito ad organizzare. E' stata la celebrazione della morte di una specializzazione del giornalismo, anzi di un percorso che definisce il modo in cui è organizzato gran parte del giornalismo.

Il percorso era quello del giornalismo del lavoro. Potrei sbagliarmi, ma ritengo che questo settore fosse probabilmente più radicato nella cultura giornalistica del Regno Unito rispetto a quelle di qualsiasi altro paese. Non l'ho incontrato in forma completamente sviluppata in altre culture che io conosca: ho chiesto a questo proposito negli Stati Uniti, in Russia, in Italia e in Francia. Ma forse sopravvive ancora nei paesi scandinavi e in Germania.

Per essere corretti, altre culture giornalistiche avevano, e alcune hanno ancora, specialisti che approfondiscono temi relativi ai problemi del lavoro: hanno buoni contatti con datori di lavoro, con sindacati, funzionari di istituzioni governative ed altre istituzioni che si occupano di questioni di lavoro, e saprebbero un po' di ciò su cui stanno scrivendo o trasmettendo (cosa che non è scontata nella reportistica).

In Gran Bretagna il gruppo che si formò intorno Ernest Bevin, ministro del Lavoro durante la guerra, e che dopo la guerra ha continuato a coprire il movimento dei lavoratori nel periodo post-bellico del governo laburista - si è istituzionalizzato. I giornalisti che pattugliavano questo percorso costituirono un'associazione: il Labour and Industrial Correspondents’ Group che aveva un presidente, regole ed un elenco di appartenenza (dal quale le donne erano escluse in un primo momento).

Il lavoro del corrispondente del lavoro era di alto profilo e sempre interessato ai sindacati: erano così importanti per quel Partito laburista che avevano creato, finanziato, organizzato per le sua elezioni, sostenuto o messo in difficoltà quando era salito al potere. La "questione del lavoro" divenne la questione centrale del sistema politico britannico a partire dagli anni Cinquanta, ed il numero e l'intensità degli scioperi in Gran Bretagna diedero ispirazione al riferimento giornalistico per il Regno Unito come il "malato d'Europa". Fu così che il lavoro di corrispondente del lavoro ha, in certa qual misura, superato quello dei corrispondenti politici che in Gran Bretagna, come altrove, venivano visti come i principali corrispondenti di un giornale.

C'è stato del buon giornalismo fatto da questo gruppo di uomini e donne (poche donne: a differenza di altre parti del giornalismo dominate da uomini - in particolare i reporter di guerra - non è mai diventata più attraente per le giornaliste). In seguito è stato dominato dalla prospettiva dei sindacati, e le divisioni all'interno del movimento operaio - a sinistra, destra e al centro – divisero anche i giornalisti.

Abbiamo scritto e inviato informazioni sul mondo del lavoro, ma di solito per interposta persona. I sindacati, il movimento operaio, le lotte all'interno del movimento, le minacce e le realtà di lotta sindacale: tutto questo è stato importante ed ha un impatto diretto sulla politica del Regno Unito, ma i maggiori drammi sono rimasti e diventati più acuti dopo il declino della forza dei sindacati, a causa delle riforme della Thatcher e del declino della base industriale degli anni Ottanta e all'inizio degli anni Novanta.

Questi sono stati i grandi cambiamenti nella natura del lavoro per milioni di persone: come la società industriale abbia aperto la strada alla società post industriale. Allo stesso tempo, i processi che si chiamano globalizzazione diventano più importanti nella vita interna dei paesi.

In breve, c'è una parte enorme del mondo del lavoro che il giornalismo britannico non ha descritto adeguatamente.

Io non credo che sia stato fatto, o che venga fatto, molto meglio altrove. L'area di grande crescita del giornalismo di tutti i generi negli ultimi vent’anni è stata quella del giornalismo dei consumatori: nei media in generale, la crescita è stata in quantità, e soprattutto nella varietà di intrattenimento. Il giornalismo - l'attività che copre gli avvenimenti del giorno, ed adesso dell'ora - scrive di lavoro, ma come sottoprodotto di qualcos'altro.

Così, al momento, non vi è molta copertura giornalistica per il provvedimento approvato questa settimana nello stato americano del Wisconsin: una proposta di legge - chiamata “Riparazione del bilancio” - che limita la contrattazione collettiva per i salari, limita l’aumento dei salari al tasso di inflazione, aumenta l'importo dipendenti pagato per assicurazione sanitaria e pensioni. E dà ai membri del sindacato il diritto di non pagare le quote associative.

Sono eventi che vengono coperti essenzialmente come una storia politica di Repubblicani contro Democratici, con la preoccupazione principale di quanto rafforzi o indebolisca la presidenza di Barack Obama. Abbiamo avuto una copertura giornalistica dell’emergere della classe media in India, ma è stato un racconto economico. Abbiamo avuto una copertura dell'enorme crescita della forza lavoro industriale in Cina, ma è stato un racconto politico-economico.

Abbiamo bisogno di un giornalismo del lavoro. Abbiamo bisogno di specialisti, che scriveranno su temi a livello mondiale, oltre che su quelli nazionali. Che vedano negli enormi spostamenti del lavoro di qualsiasi natura, uno dei grandi drammi del mondo, che richiedono di essere trasformati in narrative giornalistiche.

Questo è ciò che fa il miglior giornalismo. Esso riunisce diversi fatti e tendenze, movimenti e personalità, in una storia coerente. Il dovere del giornalismo è cercare di portare la storia in linea con i fatti. C'è sempre un minore o maggior grado di semplificazione, e c'è sempre molto spazio per le versioni alternative. Che è uno dei motivi fondamentali per una stampa libera, ma la cosa importante è avere i reporters.

Quindi, c'è un posto vacante di corrispondente del lavoro globale. L’ho segnalato quando ho avuto l’idea del funerale per gli scrittori del lavoro britannico, e l'ovvia obiezione fu: “Chi pubblicherà il lavoro di tale corrispondente?”. Il giornalismo è un mercato basato su scambi ed è molto, molto sensibile alle aspettative dei consumatori e su quello che son disposti a pagare.

Questo è tanto più significativo in un momento di declino dei media: soprattutto dei giornali che sono disperatamente alla ricerca di modi per conservare il proprio pubblico. Quindi se quel pubblico vuole solo "celebrities", otterranno solo "celebrities". E dato che non sembrano, in sostanza, volere storie sul mondo del lavoro, non le avranno.

Ma il giornalismo non può definirsi come un mestiere che "renda interessante ciò che è significativo", a meno che non cerchi di fare solo ciò. Le rivoluzioni nel mondo o nei mondi del lavoro sono significative, per milioni di persone. Noi giornalisti viviamo oggi sulla, e della rete, che - a prescindere dal suo effetto distruttivo sui giornali – dà la possibilità di sviluppare settori in modo impossibile prima d'ora. È il momento di lavorare sul giornalismo del lavoro.

Statistiche e altre dannate bugie

Chris Brooks inizia la sua risposta constatando come oggi gran parte di ciò che pensiamo di "sapere" si basi su statistiche. L'informazione è composta di dati strutturati e formattati ma da sola non basta: è la conoscenza che ci puà assicurare un miglioramento della nostra capacità decisionale o di definizione delle politiche che potrebbero portare verso un mondo migliore.

Chris Brooksdi Chris Brooks

Socrate ha ricordato che sapeva soltanto una cosa: non sapeva nulla. Ci mette in guardia contro l'idea della certezza o della più preoccupante verità assoluta. La metodologia di molta scienza moderna è interessante a questo proposito: gli scienziati saggi parlano di un approccio che si basi sulla verità, cioè non sulla veridicità, ovvero sul perseguimento di un ideale che nella migliore delle ipotesi potrebbe esistere solo per un attimo.

Oggi gran parte di ciò che pensiamo di "sapere" si basa su statistiche e su pochi argomenti contemporanei che non sono accompagnati dalle loro prove statistiche - una sorta di prova inconfutabile della validità delle prove fornite - ma da giudizi e dalle opinioni che seguono.

Le statistiche sono esse stesse informazioni. Ma l'informazione non è conoscenza, come ha constatato Einstein. Nel mondo moderno, soprattutto nelle scienze sociali, ma anche nella classe politica, si ritiene che le statistiche dovrebbero essere fatti inattaccabili su cui è basata la conoscenza. Per usare un'analogia, le statistiche rappresentano la materia prima per la creazione di conoscenza, proprio come l'acciaio rappresenta la materia prima per la fabbricazione di automobili. Ma è la conoscenza che trasforma l’acciaio in una macchina, e nello stesso modo è la conoscenza che prende la materia prima delle statistiche e la trasforma in conoscenza, ed alla fine la trasforma in politica.

Ma la qualità della materia prima, vale a dire le statistiche, è spesso povera ed in alcuni casi sbagliata. Come Joel meglio ci ha ricordato nel suo libro "Damned Lies and Statistics": "Mentre alcuni problemi delle statistiche sociali sono inganni intenzionali, molte - probabilmente la grande maggioranza - delle statistiche errate sono il risultato di confusione, incompetenza, matematica, o sforzi selettivi di autocompiacimento per produrre numeri che riaffermino i princìpi e gli interessi che i loro sostenitori ritengono giusti e retti ".

La maggior parte degli specialisti informati, di solito, può guardare le statistiche e valutarne criticamente la loro origine, qualità e scopo. Ma questo non è vero per gran parte dei media e del pubblico in generale. Le statistiche pubblicate sembrano acquisire una vita propria, anche quando la fonte non è molto più di una congettura e poi vengono usate per giustificare la più imperfetta delle proposte. Nel tempo poi mutano. Ci sono molti esempi, ma il punto da sottolineare è l'importanza di un'obiettiva valutazione critica delle statistiche che rischiano la propagazione della falsa conoscenza.

È estremamente importante che i nostri sistemi di istruzione insegnino a valutare attentamente la validità dei dati: tutti noi ne affrontiamo delle quantità notevoli e le statistiche sono diventate un elemento vitale nelle guerre ideologiche e nelle idee che influenzano il nostro comportamento e i nostri valori. Informazioni e statistiche sbagliate portano a conoscenze errate e talvolta pericolose.

Nel mondo interdipendente in cui viviamo è fondamentale che si raggiunga un ampio consenso sulla metodologia di base e sulla qualità delle statistiche che hanno implicazioni globali, a partire da dati macro-economici delle grandi economie che hanno un impatto su tassi di cambio, scambi commerciali e flussi di investimento. Ma è sempre più importante anche in settori quali il cambiamento climatico e lo sviluppo demografico.

Molte società si sentono sopraffatte dal volume di statistiche che le travolgono via Internet, televisione e stampa.

Inoltre stiamo producendo sempre più le cosiddette informazioni statistiche ogni giorno che passa. I politici cercano di inserire le cifre in ogni discorso. L’industria utilizza i dati macro e micro per le sue decisioni sugli investimenti e i suoi progetti per il futuro. Le lobby e le organizzazioni non governative usano statistiche ogni giorno a sostegno della loro causa o di un loro interesse.

Eppure tante di queste statistiche sono dubbie e poco affidabili. Come possiamo sapere quali informazioni dovremmo veramente prendere a cuore?

Quello che dobbiamo capire è che l'informazione è composta di dati strutturati e formattati, e che è la conoscenza che ci dà la forza con la capacità di azione intelligente sia fisicamente che intellettualmente.

Dobbiamo accettare che sempre più, l'informazione da sola non assicura un miglioramento della nostra capacità decisionale o di definire le politiche che porteranno ad un mondo migliore.

Il nuovo ecosistema dell'informazione

Il nuovo ecosistema dell'informazione ci racconta Paul Steiger racchiude molti modelli con i quali è possibile fare informazione di qualità. Nuove modalità di racconto fatte di articoli più brevi, veloci e vicini alle notizie; i racconti in forma lunga, d'altra parte, sono proposti in una varietà di modi prima sconosciuti grazie alle piattaforme digitali; i social network grazie alla enorme quantità di informazioni aiutano a ricostruire il contesto delle notizie e sono essi stessi una fonte di notizie e infine i database presenti in rete che possono trasformarsi in altrettante notizie.

Paul SteigerDi Paul Steiger

Il nuovo ecosistema può racchiudere simultaneamente molti più modelli di quanto era possibile in passato. Per esempio, la tradizionale narrativa di profondità in forma scritta sopravvive e anzi prospera, sul web, anche se sono emersi modelli più recenti di articoli più brevi, veloci e vicini alle notizie, elaborati con minore profondità nell'impegno giornalistico, ma che presentano un nuovo modo di guardare a un argomento, oppure scoprono uno o due fatti nuovi e importanti. Entrambi gli approcci possono fornire un servizio di qualità a diversi tipi di lettori.

In secondo luogo, i racconti in forma lunga (long-form stories) possono essere presentati in una varietà di modi prima sconosciuti grazie alle piattaforme digitali – con grafici interattivi, capitoli multipli, link multipli a un testo oppure a un video, e così via. Inoltre, anche la narrativa testuale può acquisire forme nuove. Ad esempio, noi (di Propublica, ndr) e altri abbiamo iniziato a produrre e distribuire attraverso Amazon i “Kindle Singles”. Sono articoli di testo che hanno una lunghezza tra le 10mila e le 25mila parole (le nostre pubblicazioni hanno raggiunto in genere tra le 12mila e le 14mila parole), che sono più estesi di un ampio articolo per un settimanale, ma significativamente più brevi di un libro. Alcuni sono accessibili in modo gratuito, altri al costo di un dollaro per copia, e vengono scaricati con un Kindle o un altro ereader portatile simile. In questo modo i reporters che si sono occupati di un argomento per molti mesi possono confezionare in un'altra forma il loro precedente lavoro, aggiungere altro materiale nuovo, e creare narrative che permettono ai neofiti di avere accesso a una singola esperienza di lettura che offre una conoscenza approfondita.

In terzo luogo, Facebook, twitter e altri social media stanno rendendo possibile per gli “sherpa” l'attività di guida dei lettori attraverso un'ampia offerta di modalità di accesso a un argomento che includono segnalazioni di altri “sherpa”. In questo modo il lettore può scegliere quali sono le segnalazioni da approfondire a seconda dei suoi interessi particolari. Una parte di ciò è la recente abitudine, ormai familiare, di aggregare contenuti; in altri casi la gestione dei contenuti (“curation”) include l'elaborazione di un contesto, cosicché l'argomento al quale un lettore è guidato diventa facile da comprendere. In questo senso, un articolo che non sarebbe stato ritenuto come di alta qualità diventa davvero di una qualità molto elevata, quando la sua utilità è arricchita da questa ricostruzione del contesto.

In quarto luogo, il moderno ecosistema include database moderni, interattivi, autonomi che hanno un elevato valore di notiziabilità e di informazione. Per esempio, un team di due reporter di Propublica e un giornalista specializzato nella gestione di banche dati hanno prodotto di recente ciò che abbiamo chiamato “Dollars for Docs”. È un database che contine i nomi di 17mila medici negli Stati Uniti che avevano ricevuto denaro da una o più di sette società farmaceutiche per la promozione dell'uso di farmaci tra altri medici, da una o più aziende. La banca dati è disponibile gratuitamente su internet e permette alle persone di scoprire se i loro medici ricevono quei compensi, quanto ricevono (in alcuni casi il pagamento supera i centomila dollari annui), da quali società, e quali farmaci producono queste società. Permette inoltre ai giornalisti e ai presidi degli istituti medici di vedere se i dottori rispettano le regole che hanno alcuni ospedali universitari, limitando o escludendo che medici del loro staff prendano questo denaro.

L'impegno in tutte queste categorie incontra a pieno gli standard di “alta qualità,” anche se in molti casi non sarebbe stato possibile appena cinque anni fa. Sono certo che i numeri delle categorie e le varietà nelle categorie si espanderanno, abbastanza rapidamente, nei prossimi anni.

Imparare a vivere con i Media

Angelo Agostini osserva il problema della qualità dell'informazione da un'altra angolatura e si chiede “come cambia la qualità dei lettori?” Perché il tema di come le persone possono essere messe in condizione di sapere che sono costantemente immerse in un processo d’informazione continua è centrale. Questo compito in realtà dovrebbe essere svolto dalla scuola la quale " così come insegna a leggere e scrivere, così dovrebbe anche insegnare a vivere con i media". Ma visto che per ora non lo fa ben vengano iniziative come quelle di <ahref.

Angelo AgostiniDi Angelo Agostini

Ho la convinzione netta che la domanda con la quale <ahref ha aperto il suo dialogo in rete possa essere estesa. E’ una convinzione fondata sopra un’ampia esperienza empirica e basata pure su un presupposto teorico. Se la domanda è “come evolve la qualità dell’informazione”, la sua estensione può certamente essere: “come cambia la qualità dei lettori?”. Dove i lettori, possono essere utenti, telespettatori, ascoltatori, o anche partner di progetti d’informazione partecipati.

L’esperienza viene, oltre che dal mio passato (e talvolta presente) di giornalista, soprattutto dalla mia professione. Per mestiere studio il giornalismo da oltre trent’anni. Da venti lo insegno ai giovani aspiranti giornalisti. Da quindici agli studenti dei corsi di laurea in scienze della comunicazione. Va da sè che nel tempo sono stato chiamato a qualche centinaio di occasioni di formazione, discussione  e ricerca sul rapporto tra i più diversi ambiti sociali o professionali e il mondo dell’informazione. Non riesco a fare il calcolo di quante migliaia di persone m’abbiano dato l’occasione di cercare di comprendere in che modo l’informazione giornalistica incide, impatta, cambia, rappresenta, distorce, contribuisce a dare o negare visibilità al loro lavoro e alla loro vita quotidiana.

Il presupposto teorico consegue a una serie di considerazioni sul modo in cui è cambiato il rapporto giornalismo e la formazione dell’opinione pubblica, che posso sintetizzare in breve, tanto sono note almeno alla comunità più avvertita dei professionisti e degli esperti. C’è la storia iniziale degli studi sull’opinione pubblica, riportata da Walter Lippman, che racconta come la notizia dello scoppio della prima Guerra mondiale avesse raggiunto alcune settimane dopo l’inizio dei combattimenti la popolazione di inglesi, tedeschi, francesi e la popolazione locale che viveva in non ricordo quale isola sudamericana. Gente che aveva vissuto in pace fin a quel giorno, s’era ritrovata improvvisamente in guerra gli uni contro gli altri, per via delle rispettive nazionalità di emigranti europei. Poi c’è la storia, che è sotto gli occhi tutti, del modo in cui è iniziato prima l’intervento dei “volonterosi” poi della Nato in Libia in queste settimane.

Allora, nel 1914, in un mondo nel quale le notizie erano scarse e le opinioni pubbliche molto meno influenti, l’annuncio dell’inizio della guerra era un fatto. Come tutti i fatti non poteva che essere raccontato in sé e per sé (certo, a condizione di fare l’opera di astrazione intellettuale del depurare le notizie dei giornali dell’epoca dal tasso di retorica nazionalista, dal quale nessun foglio, ma proprio nessuno riusciva a esentarsi). Ma oggi, in Libia, qual è il fatto?

Qual è il fatto che ha dato origine all’intervento occidentale e poi alla sua estensione anche a Paesi non occidentali? Su che cosa giudica il cittadino o l’opinione pubblica? Sull’inizio della rivolta a Bengasi? Sulla repressione scatenata dallo stesso dittatore, bene accolto ovunque nel mondo sino a poche settimane prima? Sul presunto coinvolgimento francese nella preparazione della rivolta? Oppure sull’ansia di rinnovamento, libertà e progresso che dal Nord Africa sembra essersi esteso sino al Medio Oriente?

Credo sia evidente come la sostanza di queste domande non riguardi il giudizio storico. Se di questo si trattasse, anche sull’avvio della prima Guerra mondiale potremmo dibattere a lungo. Si tratta piuttosto del giudizio giornalistico che dà la sua impronta alla copertura di processi lunghi e complessi, in particolare nel momento in cui s’infiammano e sfociano nelle rivolte e nelle guerre. Processi, appunto. Non fatti. Perché i processi sono costituiti da decine, centinaia, talvolta migliaia di “fatti”.

Le guerre sono esempi troppo controversi? E allora prendiamo una qualunque tra  le “pesti” del nuovo millennio: l’influenza aviaria, la suina. Dove sono, quali sono i fatti? Sono i numeri degli ammalati o dei morti, che nessuna autorità sanitaria nazionale o internazionale riesce o vuole dare mai per tempo? Sono gli interventi di lobbing delle aziende farmaceutiche sui governi? E’ la competizione tra queste e gli istituti di ricerca nell’inondare i media con informazioni che nella tempesta nessuna redazione, nessun cronista è realmente in grado di controllare e verificare?

Come si verifica il livello di radioattività attorno a Fukushima? Chi è in grado di controllare se quanto dicono Tepco o il governo giapponese sul nocciolo dei reattori sia attendibile, oppure no?

Non la farò lunga né sulla globalizzazione, che impone all’attenzione mondiale una massa di notizie incomparabile a quella del passato, e neppure sulla velocità del flusso internazionale delle notizie, che è il catalizzatore dell’overload costitutivo dell’ecosistema informativo nel quale viviamo. Mi limito, piuttosto, a osservare che per ciascuno degli esempi portati (e sui mille altri che si potrebbero fare) possono esserci tutti gli accorgimenti tecnici e intellettuali per verificare se siano state messe in atto buone pratiche professionali giornalistiche, oppure se l’offerta informativa sociale (e quindi non professionale) abbia portato un miglioramento o un peggioramento dell’informazione disponibile. Certo è, tuttavia, che neppure questo può essere sufficiente.

C’è un dettaglio non trascurabile. E’ il fatto (questo sì è un fatto) che comunque ciascuno di questi accertamenti non può che essere successivo al momento in cui i cittadini del mondo bevono ai rubinetti delle loro fonti d’informazione. E c’è poi la sostanza della realtà. Se non mettiamo i lettori (e tutti gli altri) nella condizione di sapere sempre che sono immersi in un processo d’informazione continua, nessuno di loro sarà in grado di recepire criticamente proprio la processualità del flusso informativo. Nessuno di loro avrà gli strumenti per leggere l’ecosistema mediatico nel quale vive.

Come si possa riuscire nell’impresa è tema che affidiamo alle prossime settimane, mesi e anni di ahref.eu e di tutti gli altri nel mondo che ci stanno provando. Per ora mi limito a due osservazioni. Se il nostro sistema scolastico non fosse quello che conosciamo, il primo punto s’imporrebbe praticamente da solo: come s’insegna a leggere e scrivere, così a scuola si dovrebbe anche insegnare a vivere con i media. E visto che questa sarebbe impresa a dir poco epocale, per ora possiamo già essere lieti che esistano strumenti come queste pagine web per mettere almeno in discussione l’ambiente mediatico nel quale viviamo.

Un utile ritorno alla teoria

Per Mario Tedeschini Lalli l’aumento delle informazioni accresce anche la quantità di informazioni “di qualità" e non è assolutamente vero che i filtri non esistono più: sono (ancora) le testate giornalistiche online, sono gli aggregatori umani o automatici, sono gli “amici” delle reti sociali, i blogger più autorevoli, ecc. Il problema allora è quali criteri di selezione essi debbano addottare e la risposta sta nel recupero delle regole di base del buon giornalisto: lavorare sui dati, sul fatto e sulla sua verifica.

Mario Tedeschini LalliDi Mario Tedeschini Lalli

La discussione intorno alla “qualità” dell’informazione, al suo presunto scadimento in favore della “quantità”, al presunto venir meno – ah, Signora mia – di filtri autorevoli, rischia di avvitarsi intorno a petizioni di principio, piuttosto che cercare di fare i conti con la mutevole realtà degli uomini e delle loro relazioni. Specie in Italia. E’ dunque necessario analizzare questi pre-giudizi, queste precomprensioni che il dibattito adombra prima di provare a immaginare risposte.

Facciamo finta per un momento di essere tutti d’accordo su che cosa debba intendersi per informazione “di qualità” e cerchiamo di analizzare le formule che inconsapevolmente viziano la discussione, partendo dalle due che abbiamo citato in apertura.

Il primo e più dannoso preconcetto è che la “quantità” vada di per sé a scapito della “qualità” nel grande mare delle informazioni in cui “tutti possono dire tutto”. E’ un concetto fallace sotto almeno due punti di vista:

  1. perché l’aumento delle informazioni accresce, di tutta evidenza, anche la quantità di informazioni “di qualità”. Si potrebbe discutere se questo rapporto tra le une e le altre cresca, diminuisca o resti stabile, ma mi sembra di difficile misurazione (es.: come misureremmo per il “passato” la quantità o la qualità delle informazioni di “Radio Fante” nelle trincee della Prima guerra mondiale rispetto alla quantità o alla qualità delle informazioni degli Stati maggiori o della stampa?);

  2. perché l’aumento meramente quantitativo delle informazioni è un bene in sé. Basta portare il ragionamento al limite: tra due ipotetici “mali”, tra zero informazioni e “troppe” informazioni è evidente che è meglio averne “troppe”. Possiamo porci in modo astratto il problema della “giusta quantità” di informazioni, ma il solo enunciare il proposito fa venire i brividi dal punto di vista della società democratica. Tra l’altro, chi dovrebbe decidere: il Parlamento? L’Ordine dei giornalisti? Un periodico referendum? Suvvia…

Questo non vuol dire, naturalmente, che la quantità - alcuni dicono la sovrabbondanza - di informazioni non possa costituire un problema. Il che porta a ragionare intorno ai filtri cui ci si affida per riportare la quantità a dimensioni maneggevoli e ad evidenziare il secondo dei preconcetti che spesso informano il dibattito su questi argomenti: che “su Internet” – o per essere più corretti, nell’universo digitale questi filtri non esistano, che il cittadino/utente sia lasciato in balia di se stesso a cavarsela in un enorme e indistinto blob (“blob”, dico blob, anche se il correttore automatico e la cultura prevalente tendono a confondere con “blog”).

In realtà i filtri esistono. Sono (ancora) le testate giornalistiche online, sono gli aggregatori umani o automatici, sono gli “amici” delle reti sociali, sono il blog che visitiamo ogni giorno, sono – sempre di più – le istituzioni, i gruppi politici e culturali, le aziende stesse che propongono e orientano il consumo di informazioni. Il problema che ci si dovrebbe porre non è se ci siano filtri, ma quali criteri di selezione essi adottino.

Il paradosso è che questa visione di un universo digitale perfettamente e negativamente anarchico è alimentata da alcune semplicistiche autocomprensioni dell’universo digitale stesso. Dall’idea di un universo digitale – in particolare del web – dove tutti sono uguali a tutti, che è un modo come un altro di dire che ogni nodo è equipollente a un altro. Il che è manifestamente non vero: ci sono nodi più forti e più potenti, quelli che costruiscono o ereditano un numero di relazioni con altri nodi maggiore di altri. E’ in sostanza, il problema del potere e dei poteri che si ripropone anche nella versione digitale delle relazioni umane.

Questa visione (irenica o catastrofica) di una rete perfettamente anarchica sottende un altro pre-concetto: che tutti i cittadini siano effettivamente e paritariamente “nodi” della rete e che desiderino essere parimenti attivi nelle relazioni tra loro, anche nelle relazioni informative. L’idea cioè che la “razionalità” del civis digitalis implichi lo stesso grado di partecipazione alla vita della società. La realtà ci mostra il contrario: ciascuno di noi, anche i più pro-attivi nella ricerca delle informazioni, ci affidiamo in modo più o meno consapevole ad altri nodi per suggerimenti, idee, dati. C’è inoltre una gran massa di persone – la maggioranza - che continuerà a preferire una fruizione passiva delle informazioni. Dobbiamo considerare costoro cittadini (da un punto di vista informativo) a metà?

E’ qui che nasce il problema ancora irrisolto della costituzione e dell’affermazione nell’universo digitale di nodi cui molti di questi cittadini possano delegare, almeno in parte, in modo fiduciario la selezione e il racconto delle informazioni. Nodi che svolgeranno professionalmente questa funzione continueranno ad esistere in ogni caso, resta da capire in base a quali criteri agiranno. Io spero che ci siano anche dei nodi “giornalistici”. Anche perché il giornalismo professionale ha svolto e continua a svolgere non solo un ruolo di “filtro”, di selezione e organizzazione narrativa delle informazioni, ma anche un ruolo sociale di “facilitatore”, di “rappresentatore” di istanze e problemi dei cittadini di fronte ai poteri (politici, economici, culturali, religiosi, ecc.): in una rete sociale dove i diversi nodi hanno potenza diversa, anche questo è un ruolo essenziale.

Che qualcosa sia auspicabile o addirittura necessaria non implica tuttavia che debba per forza esistere. Condizione necessaria anche se non sufficiente per sperare che esista in futuro è che il mondo del giornalismo si interroghi spietatamente su quali sono veramente le funzioni che svolge che non potrebbero essere svolte con altrettanta o maggiore efficacia da altri “nodi informativi”, quali i criteri reali di selezione e offerta delle informazioni che ne distinguono il lavoro e i prodotti, quali gli strumenti specifici che si possono adoperare a questi fini. In sostanza occorre interrogarsi sulla “qualità” attuale (o relativa al recente passato) del proprio lavoro, come presupposto per salvarla dove c’è, per crearla dove non c’è e idealmente aumentarla nel lungo periodo.

Personalmente credo che occorra recuperare un concetto di qualità delle informazioni che sia più aderente all’idea teorica che viene sbandierata e più distante dalla realtà quotidiana dei prodotti redazionali. Cominciando, per esempio, a lavorare sul fatto e sulla sua verifica, sui dati. Gli amici americani e gli amici britannici che pur tra mille problemi da alcuni decenni hanno tentato questa strada nel mondo del giornalismo analogico, si trovano un passo avanti e possono giustamente discutere delle ambiguità e delle ideologie che spesso i dati nascondono. In Italia sarebbe utile almeno cominciare a creare una cultura della verifica (attenzione: non una cultura del sospetto), il che si sposerebbe perfettamente con alcune delle prassi e dei valori dell’universo digitale del quale parliamo: la condivisione, la partecipazione. Ma, certo, occorrerebbe rendersi definitivamente conto che “qualità” non fa più rima con chiusura, con esclusività, con unidirezionalità. Se mai l’ha fatta.

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